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Dopo la diagnosi di DSA: come orientarsi tra scuola, strumenti e supporti

Vista dall'alto di un paio di sneakers nere su asfalto, circondate da cinque freccie bianche dipinte che puntano in direzioni diverse — sinistra, destra, alto, e diagonali — suggerendo molteplici possibilità o percorsi tra cui scegliere.

Hai in mano il documento della diagnosi. Magari ci hai messo mesi ad arrivarci, tra dubbi, segnalazioni della maestra, visite e attese. E adesso? Molti genitori descrivono questo momento come un misto di sollievo — “finalmente si sa cosa c’è” — e di spaesamento — “e adesso cosa facciamo?”. Entrambe le reazioni sono comprensibili, e nessuna delle due ti impedirà di fare le cose giuste per tuo figlio.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento —dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia —riguardano il modo in cui il cervello elabora le informazioni: i suoni delle parole, la forma delle lettere, la sequenza dei numeri. Una volta capito questo, cambia anche il modo di guardare tuo figlio: non qualcuno che “non si impegna abbastanza”, ma qualcuno che impara in modo diverso e ha bisogno di strumenti diversi.

Il primo passo: portare la diagnosi a scuola

La diagnosi non serve solo per “sapere”. Serve per attivare diritti concreti. In Italia, la legge 170 del 2010 tutela gli studenti con DSA e garantisce loro misure specifiche all’interno del percorso scolastico. Il primo atto è consegnare la diagnosi alla scuola — alla segreteria oppure direttamente al referente DSA dell’istituto, se ne è già a conoscenza.

Da quel momento, la scuola ha l’obbligo di predisporre un Piano Didattico Personalizzato, il PDP. Non è un documento burocratico da archiviare: è uno strumento vivo, che viene aggiornato ogni anno e che definisce come il ragazzo verrà supportato nelle attività scolastiche. Il PDP viene firmato dai docenti, dalla famiglia e dal dirigente scolastico. Questo significa che, come genitore, hai voce in capitolo: puoi apportare il tuo contributo alla sua stesura, portando la tua conoscenza di tuo figlio, le sue difficoltà quotidiane, ma anche i suoi punti di forza. Uno degli aspetti che genera più confusione è la distinzione tra strumenti compensativi e misure dispensative. 

Gli strumenti compensativi

Sono aiuti tecnologici o visivi che “compensano” la difficoltà senza eliminarla. Il bambino con dislessia che usa la sintesi vocale impara lo stesso contenuto degli altri, ma attraverso un canale che per lui funziona meglio. Non è un vantaggiarsi rispetto ai compagni: è un pareggiamento delle condizioni. Tra gli strumenti più diffusi ci sono la sintesi vocale per i testi scritti, la calcolatrice e i formulari per le materie scientifiche e le mappe concettuali per ricordare regole e termini specifici, e i software di video scrittura, anche per la matematica, come MateMitica.

Le misure dispensative

Sono invece esenzioni da specifiche prestazioni che risulterebbero penalizzanti per lo studente. Un esempio classico è la dispensa dalla lettura ad alta voce in classe, che per un ragazzo con dislessia può essere fonte di forte ansia. Oppure la riduzione del numero di esercizi nelle verifiche, quando quello che si vuole valutare è la comprensione e non la quantità. Queste misure non abbassano gli obiettivi di apprendimento: li rendono raggiungibili in modo equo.

A casa: creare un ambiente che supporta senza sostituirsi

Uno degli errori più comuni — e più comprensibili — che fanno i genitori dopo la diagnosi è trasformarsi in tutor a tempo pieno. La volontà di aiutare è giustissima; il rischio è che il figlio smetta di fare esperienza diretta della propria capacità di risolvere i problemi, e costruisca una dipendenza dall’adulto più che fiducia in sé stesso.

Il supporto più efficace a casa è quello che rende il lavoro fattibile, non quello che lo fa al posto del bambino o del ragazzo. Alcuni accorgimenti pratici possono essere stabilire una routine fissa per i compiti, con orari prevedibili e pause programmate; ridurre le fonti di distrazione nell’ambiente di studio; usare insieme gli strumenti compensativi — come SMX Studio o Geco — in modo che il ragazzo impari a usarli in autonomia; valorizzare ogni piccolo progresso, non solo i risultati finali.

È anche importante parlare apertamente del disturbo con tuo figlio, in modo adatto alla sua età. I ragazzi con DSA spesso costruiscono narrazioni negative di sé — “sono stupido”, “non riuscirò mai” — proprio perché nessuno ha dato un nome a quello che vivono. La diagnosi, se condivisa con le parole giuste, può essere liberatoria.

Qualche domanda utile da porsi:

  • Mio figlio sa spiegare a parole proprie cosa significa avere un DSA?
  • Sa usare da solo gli strumenti compensativi che ha a disposizione?
  • Ha spazi e momenti in cui si sente capace e valorizzato?
  • Come vive i compiti a casa: con ansia, rassegnazione o con una certa autonomia?

Il supporto specialistico: quando serve e cosa cercare

Dopo la diagnosi, è naturale chiedersi a chi rivolgersi. La risposta dipende dai bisogni specifici di tuo figlio, ma è utile sapere che oggi esistono professionisti — psicologi, logopedisti e tecnici dell’apprendimento — che lavorano specificamente sui DSA, integrando più ambiti: il trattamento del disturbo, il metodo di studio, le strategie metacognitive. Non si tratta di figure separate con compiti rigidamente distinti, ma di professionisti che spesso collaborano o che, se adeguatamente specializzati, possono affiancare il ragazzo su più fronti contemporaneamente.

Soprattutto nella scuola primaria, è importante sapere che esiste un trattamento riabilitativo strutturato delle abilità di lettura, scrittura e calcolo. Si tratta ma di un percorso clinico progettato sul profilo del singolo bambino, che può avvalersi di piattaforme di teleriabilitazione come RIDInet: uno strumento progettato con un comitato scientifico specificamente per DSA e BES, che permette al professionista di seguire il bambino sia durante le sedute in studio che negli esercizi a casa, monitorando i progressi in modo continuativo.
Questo tipo di intervento è particolarmente indicato negli anni della scuola primaria quando le abilità sono ancora in fase di consolidamento. Proprio per questo, gli screening precoci —somministrati già in prima e seconda primaria — hanno un valore importante: permettono di intercettare tempestivamente eventuali fragilità e di intervenire prima che si strutturino. Se in questa fase emergono difficoltà, intervenire precocemente può modificare in modo significativo il percorso di apprendimento, anche prima di arrivare a una diagnosi formale. È importante sottolineare che questi interventi non “eliminano” il DSA: in presenza di un profilo di funzionamento compatibile con il disturbo, l’obiettivo è ridurre la distanza dalle prestazioni attese per età e migliorare l’adattamento funzionale. Un trattamento precoce può quindi incidere sulla severità del quadro, pur senza modificarne la natura.

Il trattamento riabilitativo può essere utile anche per gli studenti della secondaria, ma è sempre il clinico di riferimento a valutare se e in che forma abbia senso, tenendo conto dell’età, del profilo e degli obiettivi specifici del ragazzo.

Metodo di studio e strategie metacognitive

Un’altra area di lavoro fondamentale riguarda il come si studia. I ragazzi con DSA spesso non hanno sviluppato un metodo efficace — non perché non vogliano, ma perché nessuno gliene ha insegnato uno adatto a loro. Lavorare sulle strategie metacognitive significa aiutare il ragazzo a capire come funziona il proprio apprendimento, a pianificare il lavoro in modo autonomo e a usare gli strumenti compensativi con consapevolezza. 

Proprio su quest’ultimo punto vale la pena soffermarsi: la continuità degli strumenti fa la differenza. Se tuo figlio usa la sintesi vocale, ma raramente la usa da solo o non si sente a suo agio con essa, rischia di trovarsi in difficoltà proprio nei momenti in cui ne avrebbe più bisogno — un compito in classe, un esame. Gli strumenti vanno introdotti, allenati e fatti diventare abituali nel quotidiano.

Un buon professionista lavora tenendo presente tutto questo: non lavora sul bambino come se fosse un problema da risolvere, ma con lui, costruendo strategie che il ragazzo farà proprie nel tempo. Ogni bambino con DSA è diverso, e ciò che funziona per un compagno di classe potrebbe non funzionare per tuo figlio: il percorso richiede osservazione, adattamento e — soprattutto — la disponibilità a riconoscere i progressi, anche quelli piccoli.

Una nota per i genitori

Seguire i compiti di un figlio con DSA ogni sera non è solo faticoso: è un ruolo che non appartiene al genitore, e che spesso genera tensioni, scontri e sensi di colpa da entrambe le parti. Il doposcuola specialistico — come quello che offriamo all’interno dei Laboratori del Centro di Apprendimento Anastasis — nasce proprio per questo: per affiancare il ragazzo in un contesto competente e neutro, lavorando sul metodo, sull’autonomia e sugli strumenti compensativi, e restituire alla relazione genitore-figlio lo spazio che le appartiene.

Il supporto sul vissuto emotivo

Non va trascurata la dimensione emotiva. Anni di difficoltà non riconosciute lasciano spesso tracce: scarsa autostima, ansia da prestazione, paura del giudizio. Un supporto psicologico centrato sul vissuto del ragazzo può essere prezioso, soprattutto nei momenti di transizione — il passaggio alle medie, l’inizio del liceo — quando le richieste aumentano e le fragilità tendono a riemergere.

A cura di Elisa Carli – Psicologa e Direttrice del Centro di Apprendimento Anastasis

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