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Viaggio verso Idiocracy

Ragazzo visto di spalle con uno zaino, in piedi al centro di un corridoio avvolto da luci colorate sfocate in blu, giallo e bianco che creano un effetto di velocità o immersione digitale, evocando il rapporto tra giovani e flusso di informazioni.

Il calo del QI nella società dell’immediatezza

È il lontano 2006 e nelle sale usciva Idiocracy, film satirico di Mike Judge non considerato più di una commedia demenziale. Nel film, un uomo con intelligenza perfettamente media si risveglia cinquecento anni nel futuro e scopre di essere diventato la persona più intelligente del pianeta. La società che incontra è iperstimolata, consumistica, incapace di concentrazione, dominata da slogan, pubblicità e gratificazione immediata. 

Per anni il film è stato considerato un’esagerazione grottesca. Oggi, però, alcune domande iniziano a sembrare meno assurde: stiamo davvero assistendo a un impoverimento cognitivo collettivo?

La cultura del risultato immediato

Viviamo in una società che premia sempre più il risultato rapido rispetto al processo.
L’importante non è approfondire, ma arrivare subito alla risposta. Non conta quanto tempo hai dedicato a creare qualcosa, ma quanto velocemente riesci a produrlo. 

E se sei più lento? Se hai bisogno di più tempo? Se devi trovare la tua strada o il tuo modo? 

La società contemporanea non chiede semplicemente di riuscire, chiede di riuscire velocemente, senza incertezze, senza errori e possibilmente davanti a un pubblico.

In parallelo negli ultimi decenni la ricerca ha osservato un aumento significativo del perfezionismo nei giovani. Una meta-analisi condotta su oltre 40.000 studenti universitari tra Stati Uniti, Regno Unito e Canada mostra una crescita costante di tutte le principali forme di perfezionismo tra il 1989 e il 2016. 

Non si tratta solo di “voler fare bene”. Cresce soprattutto il cosiddetto perfezionismo socialmente prescritto: la percezione di vivere in un ambiente che pretende prestazioni elevate, successo continuo e assenza di fallimenti (1).

Nei liceali, reazioni negative all’imperfezione e pressione genitoriale sono collegate a paura di fallire, lamentele somatiche, sintomi depressivi (2).

Nei giovani adulti della Gen‑Z, tutte le forme di perfezionismo sono predittori positivi di solitudine(3).

ContestoPressioneEffetti
ScuolaDover eccellereAnsia, stress, paura di fallire
Social mediaApparire perfettiConfronto continuo, bassa autostima
Sport competitivoAspettative elevateAggressività, pressione emotiva
FamigliaSuccesso e alte aspettativeInsicurezza, sintomi depressivi
Università/ lavoroPerformance costanteBurnout, senso di inadeguatezza
Cultura dell’immediatoRisultati rapidiScarsa tolleranza alla frustrazione, difficoltà di concentrazione

Questo non significa che non bisogna essere ambiziosi, il problema nasce se l’ambizione coincide con la performance e non è più un semplice valore personale, tutto viene poi amplificato dalla richiesta di velocità. I social media trasformano ogni aspetto della vita in questo…una vetrina permanente di prestazioni.

Non vediamo più il processo: vediamo soltanto il risultato finale. Se poi leghiamo tutto questo alla tecnologia otteniamo:

  • fruizioni di contenuti sempre più brevi, sia per imparare che per svagarci, con una conseguente tendenza allo scroll infinito;
  • Intelligenza Artificiale usata per velocizzare e non per potenziare il processo di lavoro, di apprendimento, di ragionamento;
  • rifiuto della frustrazione cognitiva.

Il reverse Flynn effect

Questo scenario culturale non riguarda soltanto il benessere psicologico o il modo in cui viviamo scuola, lavoro e relazioni. Solleva anche una domanda più profonda: 

Cosa succede alle nostre capacità cognitive quando viviamo immersi in una cultura dell’immediatezza?

Se attenzione, memoria, ragionamento e creatività vengono continuamente interrotti da ambienti iperstimolanti, velocità costante e gratificazione immediata, è possibile che questi cambiamenti lascino tracce anche nel funzionamento cognitivo. Ed è proprio a questo punto del ragionamento che si insinua uno dei fenomeni più discussi degli ultimi anni in psicologia cognitiva: il cosiddetto reverse Flynn effect.

Per gran parte del Novecento i punteggi medi ai test di intelligenza sono aumentati progressivamente. Questo fenomeno è stato chiamato “effetto Flynn”.

Negli ultimi decenni, però, diversi studi mostrano un rallentamento o addirittura un’inversione di questa crescita: il cosiddetto negative Flynn effect.

  • In Danimarca e Norvegia i punteggi di QI sono aumentati fino alla fine degli anni ’90, per poi diminuire.
  • In Germania alcune ricerche mostrano un calo di circa 4,7–5,2 punti di QI per decennio nel ragionamento figurale e nell’intelligenza fluida. Viene evidenziata una curva “a U rovesciata” che mostra come la crescita iniziale delle abilità cognitive sia seguita poi da un declino (2012-2022).
  • In Turchia, tra il 2016 e il 2021, è stata osservata una diminuzione del QI generale, verbale e visivo nei bambini (2016-2021).

Una revisione sistematica della letteratura ha identificato il reverse Flynn effect in almeno 7 paesi diversi. Ovviamente la comunità scientifica invita alla cautela, non possiamo parlare di “umanità più stupida” poiché sarebbe una semplificazione scorretta. Molti studi mostrano che i cambiamenti riguardano specifiche abilità cognitive e sembrano dipendere soprattutto da fattori ambientali, culturali ed educativi più che genetici.

Ambiente, cultura ed educazione, che sono fortemente associate ai concetti precedentemente trattati: IMMEDIATEZZA, VELOCITA’, PERFEZIONISMO E PERFORMANCE. Certo procediamo con cautela, ma non giriamo la testa dall’altra parte. Serve vigilare, osservare e cambiare direzione, per andare verso la consapevolezza evitando il “risparmio di tempo” fine a se stesso.

Il mismatch evolutivo

Perché è così difficile stare al passo ed essere psicologicamente saldi, apprendere in maniera significativa o affrontare gli errori in questa epoca e società? Perché il nostro cervello non si è evoluto per vivere nell’attuale ecosistema digitale. La velocità dello sviluppo tecnologico ha superato di gran lunga la velocità dell’evoluzione umana. Questa distanza tra evoluzione biologica e accelerazione tecnologica viene definita dagli studiosi mismatch evolutivo: un disallineamento tra ciò per cui il nostro cervello si è evoluto e l’ambiente tecnologico in cui vive oggi. 

  • Secondo Ronald C. Jacobs (2019), il cervello umano è rimasto biologicamente quasi invariato per migliaia di anni, mentre lo sviluppo tecnologico è cresciuto in modo esponenziale nel giro di pochi decenni, creando un divario sempre più profondo tra capacità biologiche e richieste ambientali.
  • Amy Orben, Andrew Hunt e colleghi sottolineano come molte tecnologie digitali moderne sfruttino meccanismi cognitivi antichi come l’attenzione agli stimoli, ricerca di ricompense immediate, bisogno di approvazione sociale, generando però condizioni psicologiche per cui il cervello umano non ha avuto il tempo evolutivo di adattarsi.
  • Gli studiosi Mark van Vugt e Kai Giphart applicano il modello del mismatch evolutivo anche al lavoro e alla comunicazione digitale contemporanea, evidenziando come notifiche continue, multitasking e iperconnessione possano produrre forme croniche di sovraccarico cognitivo e technostress.

A questo punto siamo ben oltre la provocazione iniziale di “Idiocracy”, si nota invece qualcosa di più profondo e meno semplicistico, ovvero che molte capacità cognitive profonde come concentrazione, memoria, pensiero riflessivo, vengano oggi allenate sempre meno in ambienti progettati per la velocità e la gratificazione immediata

Questa non vuole diventare una visione nostalgica o apocalittica, l’uso della tecnologia non rende automaticamente meno intelligenti, il problema nasce quando gli strumenti digitali iniziano a sostituire processi cognitivi fondamentali invece di potenziarli. 

Il nostro cervello da un lato ama le scorciatoie, punta sempre a risparmiare energia, se esiste una strada più veloce, più semplice e più gratificante, tenderà naturalmente a preferirla. Dall’altro è anche bravissimo a ricordare meglio  le esperienze negative e i fallimenti. Questi due aspetti insieme sono una combo potenzialmente distruttiva in un ambiente come il nostro.

Come finisce?

Forse il rischio non è diventare meno intelligenti in senso biologico.
Il rischio è smettere di allenare quelle capacità, attenzione, profondità, pensiero critico, creatività, che rendono l’intelligenza qualcosa di vivo. Idiocracy faceva ridere perché mostrava una società incapace di pensare.
Oggi continua a inquietarci perché riconosciamo molti dei suoi meccanismi nella realtà quotidiana: la velocità al posto della riflessione, il consumo al posto della comprensione, l’immediatezza al posto della costruzione. E forse la vera domanda non è se il QI stia diminuendo, ma quale tipo di intelligenza stiamo scegliendo di coltivare.

Per scrivere questo articolo ho utilizzato due intelligenze artificiali, Consensus che permette di trovare tantissimi articoli scientifici ricavando da ognuno le informazioni più rilevanti e Gemini per costruire una scaletta di senso da tutte le idee iniziali che avevo. Per farlo non ho mai spento il cervello, ho letto molto, ragionato e scritto anche tante parole che ho tolto, riletto, modificato e rielaborato. Ho utilizzato la tecnologia per essere puntuale in ciò che volevo raccontare, per aumentare le mie conoscenze e applicargli le mie competenze. 

Non ci sono risposte certe su questo tema, ma una cosa che sicuramente abbiamo tardato ad attivare è un lavoro profondo di educazione alla tecnologia

Educare per conoscere. 

Educare per proteggere. 

Educare per essere attivi.

Educare per essere presenti nella propria crescita e nel mondo. 

A cura di: Chiara Tomesani – Psicologa del Centro di Apprendimento Anastasis

Bibliografia

  1. Haspolat, N., & Yalçin, I. (2023). Psychological symptoms in high achieving students: The multiple mediating effects of parental achievement pressure, perfectionism, and academic expectation stress. Psychology in the Schools. https://doi.org/10.1002/pits.23012.
  2. Stoeber, J., & Rambow, A. (2007). Perfectionism in adolescent school students: Relations with motivation, achievement, and well-being. Personality and Individual Differences, 42, 1379-1389. https://doi.org/10.1016/j.paid.2006.10.015.
  3. Dutton, E., van der Linden, D., & Lynn, R. (2016). The negative Flynn Effect: A systematic literature review. Intelligence, 59, 163–169. https://doi.org/10.1016/j.intell.2016.10.002 
  4. Shafiq, B., Ali, A., & Iqbal, H. (2023). Perfectionism, mattering and loneliness in young adulthood of Generation-Z. Heliyon, 10. https://doi.org/10.1016/j.heliyon.2023.e23330.
  5. Jacobs, R. C. (2019). The process of evolution, human enhancement technology and the cybernetic being. Technologies, 4(1), 10. https://doi.org/10.3390/technologies4010010
  6. Katiyar, T., Hunt, A., Orben, A., Chaudhary, N., & Jaeggi, A. V. (2026). Digital technologies and evolutionary mismatch: Harming, but also healing mental health. American Psychological Association.
  7. Van Vugt, M., & Giphart, K. (2024). Digitally connected, evolutionarily wired: An evolutionary mismatch perspective on online workplace communication. Current Opinion in Psychology.
  8. Buss, D. M. (2019). Evolutionary psychology: The new science of the mind (6th ed.). Routledge.
  9. Nesse, R. M., & Williams, G. C. (1994). Why we get sick: The new science of Darwinian medicine. Vintage Books.

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