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Negli ultimi anni, l’analisi predittiva ha suscitato grande interesse anche nel mondo sanitario. Nella fattispecie non poteva fare eccezione il campo logopedico nel quale, da molti anni, si stanno applicando concetti di indici predittivi su alcune  patologie dell’età evolutive con l’obiettivo di “capire in anticipo” come potrebbe evolvere nel tempo una situazione attuale.

L’analisi predittiva utilizza dati storici per prevedere eventi futuri. Solitamente, i dati storici vengono utilizzati per costruire un modello matematico in grado di rilevare le tendenze più importanti. Tale modello predittivo viene quindi applicato ai dati correnti per prevedere eventi futuri o suggerire misure da adottare per ottenere risultati ottimali.

Ma come si applicano gli indici predittivi in questo ambito? Si tratta di indici predittivi o, piuttosto, è meglio parlare di indici di rischio?
In questo articolo cercheremo di individuare quelli che sono indici predittivi / di rischio relativamente al ritardo di linguaggio a partire di primi mesi di vita fino ad arrivare all’età prescolare.

Lo sviluppo del linguaggio tra teorie e esperienza

Partiamo con una breve premessa riguardo allo sviluppo del linguaggio di cui esistono diverse teorie, che da un lato identificano la facoltà di accedere al linguaggio come uno degli aspetti delle capacità cognitive, e dall’altro la considerano come un sistema indipendente ma tuttavia legato a fattori esterni e interni.
Negli ultimi anni si è dato molto peso alle esperienze che il bambino, con il suo bagaglio genetico, sperimenta attraverso le relazioni e l’ambiente.
Questo sottolinea quanta importanza hanno le esperienze motorie nello sviluppo della mente e quindi nello sviluppo cognitivo del bambino, nonché la stretta relazione che intercorre tra queste esperienze (gesto, coordinazione fine, masticazione) e il linguaggio; tanto quanto importanti sono le relazioni che intercorrono tra sviluppo del linguaggio e funzioni esecutive sin dai primi mesi di vita.

Lo sviluppo del linguaggio ha ritmi variabili da bambino a bambino soprattutto nella fascia d’età compresa tra 0 e 36 mesi e, spesso, accade che tale maturazione linguistica avvenga anche un po’ dopo. Il ritardo di linguaggio, infatti, può essere definito come “un rallentamento nello sviluppo linguistico del bambino che non matura la sua competenza comunicativa nei tempi generalmente validi per la maggior parte dei suoi coetanei”; un ritardo, comunque, transitorio di sviluppo a prognosi favorevole. I 3 anni rappresentano una forbice importante, il momento in cui il linguaggio si è sviluppato e consente al bambino di articolare frasi di senso compiuto chiare e comprensibili; Il lessico si arricchisce e scompaiono le parole onomatopeiche. Se, però, all’aspetto puramente articolatorio si accompagna la compromissione anche di altre competenze, allora si rientra in quello che possiamo definire “disturbo di linguaggio”.

Segnali di rischio per il disturbo del linguaggio dai primi mesi fino ai 6 anni

I segnali di rischio o indici predittivi per un ritardo/disturbo di linguaggio sono svariati, tra questi (a partire dai più piccini fino ai 5-6 anni) sono:

  • Il contatto di sguardo poco presente: se il bambino non vi guarda, evita il contatto di sguardi (già dopo i tre-quattro mesi);
  • Assenza di lallazione;
  • Se il bambino non si volta quando lo chiamate, non produce nessuna parola e non utilizza gesti (in particolare il gesto deittico). Il bambino emette dei suoni, ma lontani dalla lingua parlata dai genitori;
  • Se non comprende richieste semplici e contestuali;
  • Se (intorno ai 24 mesi) la produzione verbale è inferiore alle 20 parole, e non associa due parole insieme, oppure le parole che produce sono incomprensibili;
  • Se il bambino (20-24 mesi) evidenzia forte scialorrea (difficoltà a contenere la e/o gestire la salivazione) e masticazione lenta e inefficacie (protrarsi dell’uso di pappe e passati) associato ad una produzione verbale ridotta e dislalica cioè suoni articolati in maniera scorretta;
  • Se non è presente il gioco simbolico, il gioco del “far finta”.
  • Se oltre i 36 mesi il linguaggio presenta ancora molte parole distorte con il persistere dei cosiddetti “processi fonologici” ovvero sostituzione di suoni, riduzione di gruppi consonantici come ad esempio quando dicono “copa” invece di “scopa” oltre i 3 anni;
  • Se non c’è attenzione condivisa, attenzione selettiva e sostenuta nel tempo (ad esempio il vostro bambino non è in grado di stare ad ascoltare una piccola storiella);
  • Se non c’è inibizione comportamentale o autoregolazione del comportamento;
  • Se non c’è flessibilità ovvero l’abilità di spostare il focus della propria attenzione tra compiti diversi;
  • Se non c’è abilità di problem solving e quindi di pianificazione.

Se variamente combinate sono presenti più di una di queste caratteristiche possiamo prevedere una maggiore possibilità di incorrere in un ritardo o disturbo di linguaggio. Ed ecco, quindi, che l’analisi dei fattori di rischio, nonché l’utilizzo metodologico degli indici predittivi, consente una più veloce individuazione di possibili problematiche del bambino legate alla sfera del linguaggio.

Contenuti a cura della Dott.ssa Katiuscia Cozza, logopedista

 

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