ADHD in classe: strategie e strumenti efficaci

Al suono della campanella, la maggior parte degli studenti si siede ai propri posti e prepara il materiale sul banco, pronto ad ascoltare la lezione che inizierà a breve. Uno degli alunni però fatica a fermarsi: ha dimenticato il quaderno, interrompe l’insegnante, gironzola per la classe e si distrae a guardare la bella giornata che c’è fuori dalla finestra. È un alunno con ADHD: curioso, brillante, ma anche travolto da un flusso di pensieri e stimoli difficile da gestire.

La gestione dell’ADHD a scuola può risultare complessa e frustrante, specialmente data la numerosità di altre situazioni che gli insegnanti si trovano a dover affrontare. Ma come è possibile, da docente, gestire al meglio le situazioni in cui il ragazzo manifesta comportamenti inappropriati?

Comprendere il funzionamento per gestire il comportamento

Innanzitutto, è fondamentale comprendere chi è l’alunno che si ha davanti, perché attua determinati comportamenti e cosa invece lo rende speciale. Ad esempio, è un bambino che si annoia facilmente, ma che possiede anche molta energia e creatività e, nel momento in cui un compito lo appassiona, riesce a focalizzarsi intensamente sull’obiettivo da raggiungere. Si distrae molto spesso, ma è uno studente attratto dalle nuove esperienze, tanto da fare fatica a controllarsi quando se ne presenta una, ma che investirà molta energia se ben proposta.

Conoscere il funzionamento cognitivo del bambino aiuta a mantenere la pazienza nei momenti di difficoltà e a valorizzare tutte le grandi potenzialità che ha e che nemmeno lui conosce, perché abituato a sentirsi sottolineare solo i comportamenti inappropriati.

Riconoscere l’ADHD in classe

I principali comportamenti che si riscontrano in classe si riconducono ai tre sintomi cardine dell’ADHD: disattenzione, iperattività e impulsività. Questi si manifestano prevalentemente nei bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado. Tali atteggiamenti possono essere definiti come comportamenti problema, termine con cui

si intende un comportamento che crea agli insegnanti una difficoltà, un problema appunto nella gestione del bambino. (Arcangeli, 2012)

I principali sono:

  • Si alza, gironzola e gioca con il materiale sul banco.
  • Disturba la lezione e i compagni.
  • Interrompe l’insegnante.
  • Perde la pazienza e commette molti errori.
  • Si distrae, perde il filo delle spiegazioni e smarrisce gli oggetti.
  • Fa fatica a organizzarsi, non conclude i lavori e non si segna i compiti.

Il potere della struttura: ambiente, regole e routine

Uno dei primi passi è ripensare lo spazio fisico della classe. L’ambiente, infatti, influenza profondamente il comportamento, la calma e la capacità di attenzione di ogni studente e ancora di più di chi presenta difficoltà di autoregolazione.

Alcuni accorgimenti utili possono essere:

  • Ridurre gli stimoli distraenti in classe (oggetti, decorazioni, materiali inutili).
  • Mantenere il banco ordinato, con solo il materiale necessario.
  • Assicurare percorsi sgombri per evitare incidenti e spostamenti impulsivi.
  • Posizionare il banco vicino alla cattedra e lontano da finestre e porte, per sicurezza e maggiore controllo visivo.

Inoltre, è importante stabilire fin da subito le regole di comportamento sociale da seguire in classe, aspetto indispensabile affinché lo studente comprenda quali sono le possibilità di azione e le conseguenze dei suoi comportamenti.

Fondamentale è il modo in cui queste regole vengono comunicate, infatti devono essere:

  • Stabilite dall’insegnante, ma condivise e non solamente imposte.
  • Scritte in modo positivo, semplice e operativo (più sono concrete, più risultano comprensibili e memorizzabili).
  • Poche (massimo 10) e illustrate in modo visibile (es. su un cartellone).

Per un alunno con ADHD, la prevedibilità è un’ancora di sicurezza che gli permette di gestire meglio la frustrazione e l’ansia. Ecco perchè è molto utile rendere la struttura della giornata chiara e visibile. Questo aiuta il bambino a sapere cosa lo aspetta, riducendo l’incertezza e migliorando la capacità di concentrazione.

Alcuni suggerimenti per raggiungere questo obiettivo sono:

  • Scrivere alla lavagna le materie che si affronteranno, i tempi di lavoro e le pause (un semplice schema giornaliero illustrato, con simboli o colori diversi).
  • Spiegare in modo chiaro e rassicurante il tema, gli obiettivi e i passaggi di ogni attività.

Un altro momento critico riguarda le transizioni tra un’attività e l’altra o i cambi di ambiente (ad esempio, lo spostamento in palestra o in un’altra aula). Durante questi passaggi, il numero di stimoli aumenta e il livello di autocontrollo del bambino può diminuire.

In questi casi, oltre alla predisposizione di una routine chiara, si può affidare al bambino un piccolo ruolo attivo, come quello di “aiutante” o “sorvegliante”. Dare un compito concreto e gratificante permette di canalizzare l’energia in modo positivo.

Infine, per mantenere l’attenzione di un bambino con ADHD, è essenziale alternare momenti di concentrazione a brevi pause di decompressione.

Prevedere pause brevi ma regolari, anche solo due o tre minuti per muoversi, bere, o prevedere un’attività di altro tipo (es. disegnare), può aiutare enormemente la regolazione dell’energia e dell’umore. Questi momenti non sono “tempo perso”, ma parte integrante del processo di apprendimento. Durante la pausa, il cervello rielabora le informazioni e si prepara a ripartire con maggiore efficacia.

Un aiuto pratico può venire dagli strumenti visivi per la gestione del tempo: timer colorati, clessidre o app che mostrano graficamente lo scorrere dei minuti permettono al bambino di percepire concretamente la durata del lavoro e della pausa. In questo modo, il tempo diventa un alleato e non più un elemento imprevedibile o fonte di ansia.

Didattica e coinvolgimento: come mantenere viva l’attenzione

Uno degli aspetti più complessi riguarda la capacità di mantenere viva l’attenzione durante le attività didattiche. Non si tratta solo di “tenere fermo” lo studente, ma di trovare modalità di insegnamento che lo coinvolgano attivamente, riducendo il rischio di distrazione o di oppositività.

Ad esempio, le informazioni visive sono spesso più efficaci di quelle verbali. Mappe concettuali, schemi, immagini e colori aiutano a organizzare i contenuti e a mantenere l’attenzione sintetizzando i concetti appresi. 

Un’altra strategia è quella di illustrare con calma gli obiettivi della lezione e dare consegne brevi e divise in piccoli step, accompagnate da supporti visivi o simboli. Infine, anche in questo caso, può risultare utile assegnare ruoli, simili a quelli nelle transizioni, che richiedano movimento o responsabilità.

Motivare con il rinforzo

Il principio del rinforzo positivo è alla base di ogni intervento educativo efficace. Infatti, come dice Bandura, le convinzioni di autoefficacia costituiscono una risorsa centrale perché influenzano la motivazione, la regolazione emotiva e il successo scolastico. È per questo che ogni volta che il bambino mette in atto un comportamento adeguato è importante riconoscerlo e valorizzarlo attraverso segnali verbali e non verbali. Alcune delle strategie comportamentali più diffuse sono:

  • La Token Economy: un cartellone con stelline, punti o simboli da guadagnare per comportamenti corretti, che poi possono essere “spesi” in piccole ricompense simboliche (scegliere un gioco, fare da aiutante). L’obiettivo è quello di rafforzare positivamente comportamenti specifici, rendendo più probabile la loro ripetizione nel tempo.
  • Time-out positivo: non una punizione, ma un momento concordato di pausa, in un luogo tranquillo, per calmarsi e riprendere il controllo, allenando l’autoregolazione.

Conclusione: la comprensione come base 

La gestione efficace dell’ADHD in classe non è solo una questione di regole e sanzioni, ma poggia su un pilastro fondamentale: la comprensione delle motivazioni che sottostanno ai comportamenti. Un bambino che si alza o interrompe non lo fa per sfida, ma perché il suo cervello fatica a filtrare gli stimoli, a inibire le risposte e a tollerare la noia. Comprendere che i suoi comportamenti sono un problema di regolazione e non di volontà permette di sostituire la frustrazione con l’empatia e l’azione costruttiva. 

Bibliografia

  • Arcangeli, D (2020). Adhd, cosa fare (e non). Erickson. Trento.
  • Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. W. H. Freeman and Company. New York.
  • Daffi, G & Prandolini, C (2013). Adhd e compiti a casa: strumenti e strategie per bambini con difficoltà di pianificazione, organizzazione e fragilità di attenzione. Erickson. Trento.
  • Menghini D, & Vicari S, (2020). Decifit di attenzione e iperattività. Carocci editore. Roma.

A cura di: Silvia Cafiero – Psicologa del Centro di Apprendimento Anastasis

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